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LO STATO INDEBITATO E IL POTERE DELLE BANCHE

 Nella prima Repubblica, ai tempi della foresta pietrificata e controllata dallo Stato, la politica dominava gli istituti. Oggi la commissione parlamentare mette a nudo come persino un sistema bancario debole si trovi in posizione di forza di fronte ai politici e alle istituzioni. Basta guardare i dati. Fra i nove principali Paesi dell’euro, l’Italia è quello nel quale la quota di investitori esteri sul debito pubblico oggi è più bassa (34%) e continua a scendere. Anche l’appetito delle famiglie per i bond del loro governo è passato: i risparmiatori detenevano il 22% del debito pubblico cinque anni fa, oggi poco più del 5%; mentre il debito italiano cresceva di oltre 500 miliardi in un quinquennio, loro, hanno ridotto l’esposizione di 200.

Se lo Stato non è finito in default nel 2012 e oggi paga interessi così bassi, è solo grazie a altri due soggetti: la Banca centrale europea, che ha già comprato titoli per 318 miliardi; e gli istituti di credito italiani, il cui investimento nel debito nazionale in dieci anni è più che raddoppiato. Di recente le banche hanno iniziato a ridurlo un po’ – da 400 miliardi a 360 – approfittando della disponibilità della Bce per venderle un po’ dei bond che avevano. Ma se solo la commissione parlamentare avesse guardato anche un po’ avanti – non solo indietro – avrebbe visto che la Bce si prepara a smettere di comprare sempre nuovi titoli. Presto si limiterà a restare con la sua quota, per poi ridurre anche quella. Allora tutto sarà pronto per tornare a una caratteristica dell’Italia del 2011: le banche si ritroveranno, da sole, nel ruolo di prestatore di ultima istanza di uno Stato debole e indebitato. Continueranno a sobbarcarsi quel compito in primo luogo per aiutare se stesse, perché una nuova crisi coinvolgerebbe anche loro. Ma fra banchieri e politici, non c’è dubbio su chi sia oggi in condizioni di chiedere o di concedere favori: con le attuali regole europee i governi non possono più salvare le banche, ma le banche possono ancora salvare i governi. E i banchieri locali possono ancora finanziare candidati alle elezioni.

Con questi rapporti di forza, i partiti rischiano di finire catturati dall’industria finanziaria e a pagare alla fine sarebbero i risparmiatori. In anni recenti è già successo: proprio perché gli istituti stavano sostenendo il debito dello Stato, le autorità non hanno osato contrastare davvero la vendita alle famiglie di bond subordinati delle banche stesse. L’interesse dei governi sarebbe dunque ridurre il debito. E l’interesse del Paese sarebbe favorire una nuova, solida autorità di controllo europea nei compiti che oggi spettano a Consob. Invece in commissione banche, a momenti, è parso che l’Europa (e il futuro) non esistessero neanche.

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Angelo Dornetti

Angelo Dornetti

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