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L’ACCERTAMENTO BANCARIO AGENZIA ENTRATE E IL CONTROLLO DEL CONTO

Se compito del fisco è controllare i soldi dei contribuenti quale miglior posto, più del conto corrente, per trovare indizi circa eventuali evasioni? Proprio per questo la legge ha attribuito penetranti poteri all’Agenzia delle Entrate e alla Guardia di Finanza nell’eseguire le verifiche dei rapporti finanziari, quelli cioè intrattenuti con gli istituti di credito. Poteri che, per poter essere esercitati pienamente, hanno richiesto negli anni un progressivo sgretolamento del vecchio concetto di segreto bancario. Oggi i contribuenti devono abituarsi a pensare al proprio conto corrente come ad una scatola trasparente, dove qualsiasi cosa facciano o spostino appare subito all’esterno. Ecco perché l’accertamento bancario è il più utilizzato e, nello stesso tempo, il più difficile da contestare. Questo perché vigono una serie di presunzioni a favore del fisco che rendono la difesa più difficile che negli altri casi.

Esistono due diverse disposizioni di legge che regolano gli accertamenti bancari: il Decreto del Presidente della Repubblica sulle imposte sui redditi e quello per l’Iva. Le norme sono identiche. Queste danno all’Agenzia delle Entrate e alla Guardia di Finanza il potere di richiedere alla banca tutte le notizie, i dati e i documenti relativi a qualsiasi rapporto intrattenuto od operazione effettuata dal contribuente. L’accertamento non può derivare da controlli eseguiti in modalità casuale, sulla base di un “sorteggio”, ma devono essere indagini mirate, avviate sulla base della previa acquisizione di indizi di irregolarità. Di norma, a far sospettare attività irregolari all’Agenzia è l’utilizzo dell’anagrafe dei conti correnti, un data-base in cui tutte le banche sono tenute a trasmettere ogni notizia dei rapporti intrattenuti con i propri clienti, dagli estratti conto alle operazioni di versamento e prelievo, dai pagamenti con carta di credito e bancomat alla presenza di cassette di sicurezza. Ci sono poi le indagini eseguite con redditometro che possono rivelare una ricchezza superiore a quella denunciata annualmente nella dichiarazione dei redditi.

Tanto l’Agenzia delle Entrate quanto la Finanza, prima di poter eseguire un controllo sul conto corrente, devono procurarsi un’autorizzazione, che non è quella del giudice bensì: per l’Agenzia delle entrate, del Direttore centrale dell’accertamento o del Direttore regionale; per la Guardia di finanza, del Comandante regionale, da funzionari con qualifica non inferiore a quella di funzionario tributario e da ufficiali della Guardia di finanza di grado non inferiore a capitano. Gli agenti possono recarsi solo in orari diversi da quelli di sportello aperto al pubblico. Le ispezioni e le rilevazioni debbono essere eseguite alla presenza del responsabile della sede o dell’ufficio presso cui avvengono o di un suo delegato.

Anche se la legge stabilisce che, una volta eseguito l’accesso in banca ed acquisita la documentazione del correntista, al soggetto interessato deve essere data immediata notizia, la Cassazione ha tuttavia precisato che, in tali casi, non esiste l’obbligo del cosiddetto «contraddittorio preventivo», ossia di una fase preliminare, anteriore all’emissione dell’accertamento, in cui c’è un confronto tra il funzionario del fisco e il titolare del conto corrente per dare a quest’ultimo la possibilità di difendersi in anticipo. In buona sostanza, il contribuente non ha la possibilità di presentare documentazioni e note per prevenire la notifica di un accertamento fiscale. Stando alle recenti sentenze della Suprema Corte, l’Agenzia delle Entrate può procedere in autonomia e comunicare al cittadino solo l’esito delle indagini attraverso l’atto che gli intima il pagamento delle imposte e delle sanzioni sui redditi “in nero” accertati.  

Il rischio più grosso per il contribuente che subisce un controllo del conto corrente viene dalla regola della cosiddetta “inversione dell’onere della prova“. In buona sostanza, per legge, tutti i versamenti di denaro sul conto (e per gli imprenditori anche i prelievi superiori a mille euro al giorno o 5mila al mese) di cui il contribuente non riesce a dimostrare la provenienza, si presumono automaticamente come frutto di evasione. Tanto per fare un esempio, se sul conto di un lavoratore dipendente appare, oltre al normale accredito mensile dello stipendio, un bonifico di duemila euro fatto da un terzo o un versamento di mille euro in contanti fatto dallo stesso correntista, l’Agenzia delle Entrate non è tenuta a chiedere spiegazioni in merito e può procedere alla rettifica del reddito. Al contribuente che voglia difendersi non spetta altro che dare prova della provenienza di tali redditi. Provenienza che, oltre ovviamente ad essere lecita, deve essere anche “esente” (una donazione o un risarcimento per un incidente stradale) o con “tassazione alla fonte” (una vincita al totocalcio, ecc.). Ma come fa il cittadino a dare tale prova contraria se non c’è l’obbligo del contraddittorio preventivo? Spetta all’interessato, che voglia contrastare la “presunzione” a favore del fisco, dimostrare di avere i conti in regola e che il denaro depositato sul conto non è frutto di evasione. Difatti, la presunzione si “attiva” solo «se il contribuente non dimostra»: va da sé che poiché la presunzione è automatica e immediata, la dimostrazione richiesta al contribuente deve essere precedente l’avvio dell’accertamento. In altre parole, ciò che non risulta giustificato si presume reddito non dichiarato. Ma qua il contribuente ha le spalle al muro perché, stando alla Cassazione, l’obbligo del confronto preventivo non sussiste e, quindi, il titolare del conto non avrà mai la possibilità, se non davanti al giudice, di fornire la famosa «prova contraria». Non gli resta, quindi, che contestare l’accertamento fiscale entro 60 giorni procedendo a un ricorso alla Commissione Tributaria.

Esiste qualche caso isolato che sposa l’interpretazione contraria: alcuni giudici di merito hanno infatti ritenuto nullo l’atto emesso in violazione del contraddittorio preventivo. Il contribuente che voglia far annullare dal tribunale l’accertamento sul conto deve dimostrare che i redditi accertati sono esenti (ad esempio regali) o sono stati già tassati alla fonte. Prova questa che si può raggiungere solo in un modo: dando contezza della loro provenienza. E qui arriva la parte più delicata: poiché nel processo tributario non sono ammesse prove testimoniali, l’unico modo per dire che i soldi depositati sul conto sono frutto di regali di compleanno o del sostegno dei genitori è la documentazione bancaria fatta di bonifici o assegni. In altre parole, solo una piena tracciabilità dei movimenti bancari e dei soldi ricevuti può consentire di far annullare l’accertamento.

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Gloria Nicoletti

Gloria Nicoletti

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